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Pfas, Il Fatto: il veleno invisibile che fa ammalare il Veneto

Di Rassegna Stampa Lunedi 30 Gennaio 2017 alle 09:12 | 0 commenti

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di Andrea Tornago, da Il Fatto Quotidiano

Non ha odore né colore. Si disperde nell'acqua senza lasciare traccia e una volta entrato nell'organismo agisce silenzioso per anni. Il veleno invisibile che ha contaminato il Veneto, dall'acronimo impronunciabile Pfas (sostanze perfluoro alchiliche), comincia a fare davvero paura. Un recente studio della Regione Veneto sui composti chimici prodotti per decenni da una fabbrica vicentina, usati per impermeabilizzare il fondo delle pentole e i tessuti, ha dato corpo a uno dei peggiori incubi di ogni popolazione esposta: rischio aumentato di malattie per le donne in gravidanza, problemi per i nuovi nati, tra cui mutazioni cromosomiche. L'allarme è contenuto in un rapporto del 29 settembre scorso del registro nascita del Coordinamento malattie rare della Regione Veneto, reso noto solo pochi giorni fa dalle autorità sanitarie.

Nella "zona rossa" a maggior contaminazione, un'area di ventuno comuni in gran parte nella valle vicentina del Chiampo, i tecnici della Regione hanno riscontrato tra il 2003 e il 2015 "l'incremento della preeclampsia, del diabete gestazionale, dei nati con peso molto basso alla nascita, dei nati Sga (piccoli per l'età gestazionale, ndr) e di alcune malformazioni maggiori, tra cui anomalie del sistema nervoso, del sistema circolatorio e cromosomiche". L'impatto delle sostanze che hanno contaminato più di 250 mila persone nelle province di Verona, Vicenza e Padova, di cui almeno 60 mila maggiormente esposte, arriva a toccare la salute delle nuove generazioni.

Il rischio aumentato di patologie come la preeclamspia, che provoca ipertensione ed altri gravi scompensi nel corso della gravidanza e può mettere a rischio la vita della madre e del bambino, e di anomalie nei neonati (in alcuni casi quasi doppio rispetto al resto della regione), ha fatto saltare sulla sedia il governatore leghista del Veneto, Luca Zaia.

In una nervosa riunione di giunta, riportata dai giornali locali, Zaia si sarebbe infuriato per non aver ricevuto subito sul suo tavolo i risultati degli studi sanitari citati in una relazione del direttore generale della sanità veneta, Domenico Mantoan, che lo scorso 21 ottobre ha chiesto l'adozione di provvedimenti urgenti per la salute della popolazione "volti alla rimozione della fonte della contaminazione" ipotizzando addirittura "lo spostamento della sede produttiva della ditta".

In quel documento, Mantoan non faceva riferimento solo al rapporto sulle gravidanze. Un altro rapporto del servizio epidemiologico della Regione aveva riscontrato, nel giugno del 2016, un "moderato ma significativo eccesso di mortalità" per le cardiopatie ischemiche e cerebrovascolari, per il diabete mellito e per l'Alzheimer nelle donne. Confermando i risultati di un precedente studio dell'Enea e dell'Isde, l'Associazione medici per l'ambiente, secondo cui negli ultimi trent'anni in Veneto ci sarebbero stati "1260 morti in più" delle attese nelle aree contaminate.

Nelle aree inquinate c'è preoccupazione, ma nessuno parla. Al coordinamento dei comitati "Acqua libera dai Pfas", da quando sono emersi i nuovi dati degli studi regionali, non si è rivolto nessuno: "Pensate che la gente sia informata? - spiega al Fatto Piergiorgio Boscagin, referente locale di Legambiente - Quella documentazione non era nota nemmeno ai sindaci".

Il primo cittadino di Sarego, Roberto Castiglion (M5s), uno dei comuni dell'area rossa, ha subito scritto all'assessore regionale alla Sanità Luca Coletto chiedendo "perché non siano stati immediatamente messi al corrente i sindaci" per poter tutelare al meglio la salute pubblica. Dopo aver chiesto la documentazione sanitaria integrale, Castiglion ha invitato gli assessori e il dirigente Mantoan a un incontro con la cittadinanza, ma i vertici politici e tecnici hanno deciso di non partecipare.

Nelle acque sotterranee nei pressi della fabbrica Miteni di Trìssino (ex Rimar, Ricerche Marzotto), che produce Pfas da più di cinquant'anni, secondo le rilevazioni effettuate dall'Arpav nel 2013 erano presenti concentrazioni elevatissime di composti perfluorurati, fino a 245 milioni di nanogrammi. E anche se dal 2011 l'azienda ha smesso di produrre i vecchi composti più dannosi (ora si occupa di Pfas a catena corta, in gergo "4C", che nel maggio 2015 più di 200 scienziati hanno chiesto ugualmente di mettere al bando al pari dei vecchi), secondo la Regione la barriera idraulica per mettere in sicurezza il sito industriale "non sembra garantire il rispetto delle concentrazioni soglia" degli inquinanti.


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